Tasso3

Intempestivo senso ebbi a gli affanni

Rileggere la complicata fisionomia intellettuale di Torquato Tasso significa affrontare un insieme di problemi che riguardano l’intreccio di vita e letteratura di una delle figure piú tormentate del Cinquecento italiano. Sull’autore della Gerusalemme liberata ha prevalso per molto tempo il mito della sua vera o presunta malattia mentale, prima descritta come il prodotto di un genio melancholicus, quindi ascritta all’ambito di alcune delle principali patologie psichiatriche: disturbo paranoico, complessi di colpa, manie di persecuzione, schizofrenia.

Fino a tutto l’Ottocento la ricezione delle opere tassiane e l’interpretazione della sua scrittura sono passati attraverso il filtro deformante di questa biografia, come se nella vita del poeta fosse possibile rintracciare il segno fisiologico dell’infelicità, dell’inquietudine, del dramma interiore. Tasso ci appare ancora oggi come lo scrittore nel quale la vita disperata viene interamente sublimata dalla e nella letteratura, in cui il mestiere di letterato viene vissuto nelle sue lacerazioni fino all’esaurimento delle proprie forze.

Resta il fatto che questo scrittore attraversò una fase controversa della storia delle corti italiane del proprio tempo, una stagione che volgeva inevitabilmente al tramonto per molte ragioni, economiche e politiche. Tasso, la sua introversa personalità, il suo bisogno di considerazione e autorevolezza intellettuale, vennero spazzati via dalle ragioni della contingenza e dalla progressiva chiusura dei tradizionali veicoli di trasmissione della cultura.

L’inserimento nella vita di corte avvenne all’inizio secondo i soliti schemi della collaborazione e della protezione, ma fu lo stesso poeta a provocarne la drastica fine con le sue stravaganze e i propri timori.

Nella seconda metà del Cinquecento, la rilettura e la traduzione dei testi aristotelici di retorica e di poetica riproposero all’attenzione dei letterati il principio di imitazione e le unità di spazio, tempo e azione. Tasso iniziò a definire in chiave teorica le finalità e lo stile del poema epico nei giovanili Discorsi dell’arte poetica, poi riscritti e modificati secondo una diversa concezione del poema eroico.

Il poema cavalleresco Rinaldo precedette di pochi anni la composizione della Gerusalemme liberata. Era il passaggio da ll’epica cavalleresca all’epica cristiana che si saldava alle inquietudini religiose dello scrittore e ad un elemento storico determinante: l’avanzata militare dei Turchi nel Mediterraneo, la conseguente battaglia di Lepanto e la contemporanea riconquista cattolica di ampi territori passati ai protestanti. La Liberata ebbe un’intricatissima vicenda editoriale, fatta di continue correzioni da parte del poeta, di riletture e pareri tecnici richiesti a letterati e teologi nel timore della censura ecclesiastica; di edizioni a stampa non autorizzate a causa della reclusione che Tasso subì nell’ospedale di Sant’Anna a Ferrara; . La trama e i motivi letterari del poema, i valori morali che la percorrono, rappresentano un’occasione per riflettere sulle diverse modalità di approccio che i due maggiori esponenti della tradizione cavalleresca nel Cinquecento – Ariosto e Tasso – ebbero di fronte al genere epico: libertà, fantasia e invenzione nel caso del Furioso; una materia più contenuta e omogena, costruita attorno ad un evento storico (la prima Crociata) che consentisse l’adozione di una poetica del verosimile, nel caso della Liberata.

Accanto al poema si situano il dramma pastorale Aminta, con la sua idealizzazione (critica) del modello cortigiano; la composizione dei Dialoghi, che mostravano la grande cultura e la straordinaria sensibilità dell’erudito uomo di lettere fedele agli ideali del classicismo degli studia humanitatis; una vastissima produzione lirica che riprendeva molti aspetti del petrarchismo cinquecentesco, pur con importanti innovazioni tematiche e stilistiche.

 

Un madrigale amoroso

Materiali di studio

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