Epica e pedagogia

Come si costruisce una zattera? Perché la società pastorale è considerata inferiore a quella dell’agricoltura e dei commerci? Perché la mètis, l’intelligenza produttiva di Odisseo, è superiore alla forza bruta di Polifemo? Quale prosecuzione ha avuto nella letteratura occidentale il tema della “ricerca del padre”? A tutte queste domande, e a molte altre, risponde l’Odissea, che dell’intelligenza creativa, della flessibilità e plasticità della mente costituisce il primo ed esemplare modello attraverso il suo eroe eponimo e secondo un paradigma mirabilmente ripreso, fino alla voce eclettismo della Encyclopédie, e poi finemente studiato da Vernant e Detienne (Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, Roma-Bari, Laterza, 2005). Il poema epico di Ulisse, la sua epopea del nóstos e del ricongiungimento familiare, è stato per l’uomo greco anche un inventario di saperi e di tecniche da trasmettere, di valori da consolidare e riaffermare, di modelli antropologici: in questo risiede la grandezza dell’epica, nella specularità che essa produce tra il mondo narrato e il destinatario umano in ascolto. L’epica di Omero incarna dunque un “consapevole spirito educativo”: lo fa esplicitamente nell’episodio dell’ambasceria ad Achille o nella Telemachia; lo è in moltissimi luoghi, e dell’Iliade e dell’Odissea, quando sono in scena le donne troiane con il loro amore compassionevole per i mariti in guerra e per i figli di lí a poco uccisi o resi schiavi, o nell’incondizionata apertura al futuro che anima l’energia con cui Ulisse rimette in gioco il proprio destino.

In un’età senza scrittura, l’epos ha rappresentato una sorta di “memoria della specie” (F. Ferrucci, L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione, Milano, Mondadori, 1991) e il corredo formativo della paideia prima ancora della nascita della filosofia. Werner Jaeger inserí opportunamente un capitolo dedicato a Omero educatore nella sua opera storica sulla formazione dell’uomo greco proprio ad indicare il valore eterno dell’epica arcaica e la coincidenza di poesia e costruzione morale, del connubio tra il valore estetico dell’opera letteraria e il principio etico che essa rappresentava per i greci allora, e per i moderni ancora oggi. Dunque una lettura diretta dei cicli omerici conduce inevitabilmente nel territorio della formazione, e dell’uomo greco e dell’uomo moderno, poiché molti di quei valori, di quelle formule emblematiche sono andate a strutturare la forma mentis dell’uomo occidentale: e lo hanno fatto attraverso la poesia – scrive Jaeger (Paideia. La formazione dell’uomo greco, Firenze, La Nuova Italia.1953, 89) – in quanto essa si trova “sempre in vantaggio, rispetto ad ogni ammaestramento meramente razionale e a tutte le verità di ragione universali, ma anche rispetto alla mera esperienza accidentale del singolo”. Peraltro, il carattere “essenzialmente didattico” della particolare enciclopedia omerica venne studiato anche da Eric Havelock (Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone, Roma-Bari, Laterza, 1983, 49) che dimostrò come la narrazione fosse subordinata “al compito di ospitare la mole di elementi educativi in essa contenuti”, come una sorta di grande manuale in versi: ora, l’intento di Havelock non era quello di sconvolgere gli equilibri poetici di Omero, di ridurne la grandezza lirica, quanto di dimostrare nell’epos la coesistenza di due livelli, quello del documento e quello della narrazione. L’epopea dei greci, nel momento del passaggio da una cultura orale alle forme stabili della scrittura, si interrogò sulla trasmissione delle consuetudini, delle tradizioni, delle usanze e perfino delle tecniche (si pensi al Catalogo delle Navi). Nomos e ethos sono i caratteri vincolanti del mondo antico: dispongono regole e costumi universali (i nomoi); indicano all’uomo usi e comportamenti individuali (ethea) non meno vincolanti; sono “il codice del diritto pubblico o il modello del comportamento privato” (Havelock: 1983, 56). Questi principi dell’epica omerica conformano e strutturano, ieri come oggi: perché indicano vie, metodi, modelli dello stare nella società civile. Dai poemi dell’antichità all’epica medievale il codice di comportamento cavalleresco ha subíto uno slittamento di significato, si è anche ingentilito attraverso le metafore dell’amore, della corte, della donna. Ma molti di quei valori sono rimasti intatti, custoditi negli schemi mnestici dell’oralità preomerica e da lí passati nella forma scritta dell’Iliade e dell’Odissea come sintesi di poesia e reperti documentari di quella civiltà.

Fortemente radicata nel tessuto connettivo del curricolo biennale della secondaria superiore e con una specifica e privilegiata posizione in quelli del ginnasio-liceo, l’epica rappresenta un terreno di passaggio e di avvio ad un’analisi del testo piú complessa e sofisticata: accende i riflettori sulle origini dell’universo letterario in quanto categoria dell’espressione linguistica e della cultura scritta; si collega facilmente ad altri ambiti della programmazione interdisciplinare perché offre una gamma di alternative variabili e modulari (dalla storia alla filosofia, dalla storia dell’arte alla geografia del mondo antico); introduce ad uno spettro di paradigmi costitutivi dell’anthropos occidentale. Tuttavia i poemi omerici soffrono di un’anomalia fin troppo evidente: sono testi, come scrive Luca Serianni (L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche, Bari, Laterza, 2010, 86), “fuori mercato”, destinati per questo ad un consumo scolastico e ad una lettura necessariamente mediata dall’insegnante in un preciso contesto. Ma con quali finalità? E come rileggerli, allora? Per la verità, l’epica di Omero, se adeguatamente corredata di un apparato di spiegazioni e di note, risulta ancora in grado di suscitare interesse e curiosità. L’Iliade e l’Odissea si avvalgono di una ricetta universale e infallibile, inossidabile e sempre attuale, perché giocata sui motivi antropologici dell’immaginario e sullo scontro tra l’alterità del passato e la modernità del presente (P. Boitani, L’ombra di Ulisse. Figure di un mito, Bologna, il Mulino, 1992, 12): dal conflitto al viaggio, dall’avventura all’amore, dal tradimento alla fedeltà, dalla lezione civile degli eroi a quella emblematica e morale della mitologia che ne accompagna le gesta. Fino ai temi di confine e di attualità – il valore della memoria, lo sguardo sul mondo dei “barbari”, la conoscenza in quanto presupposto della vita e della libertà – ripresi attraverso traduzioni, riadattamenti, impegnative riletture moderne (il Foscolo dei sonetti, dei Sepolcri e degli Esperimenti di traduzione dell’Iliade, per non parlare ovviamente dell’Ulisse dantesco) o divulgative riscritture recenti (il Baricco di Omero, Iliade). In questo senso l’epica classica favorisce l’immediato riconoscimento del personaggio e del suo stereotipo comportamentale, molto piú del romanzo dove quelle configurazioni vanno abilmente snidate dai caratteri, dalle sfumature che affiorano poco per volta nel corso della narrazione. Nell’epica questo non avviene perché ognuno è ben riconoscibile, identificabile: nella propria personalità, nel proprio timbro interiore, secondo comportamenti, movenze ed epiteti che l’alunno è in grado di individuare e decodificare.

L’epica conserva una visione esclusiva sul passato, per di piú su un passato assoluto che si può cogliere soltanto attraverso uno sforzo di migrazione mentale e di trasfigurazione temporale nella geografia e nella storia del mondo antico: per queste ragioni l’insegnamento del genere epico consente di lavorare in classe su diversi piani concomitanti. Su quello letterario in primis, con i riferimenti alla mitologia, all’evoluzione-collegamento dei generi, all’intertestualità delle forme e dei temi; ma poi anche su quello storico, allargando la trattazione sulle civiltà del mondo antico, sui loro rapporti economici, sulla navigazione nel Mediterraneo; su quello artistico, indagando gli stili dell’architettura e l’iconografia dei personaggi. L’epica diventa pertanto un’occasione di partenza per una molteplicità di moduli didattici che possono convergere dalla periferia verso il centro dell’unità di apprendimento o divergere in varie direzioni, anche genealogiche, fino alle esperienze letterarie contemporanee, ad esempio sull’ulissismo di tanta parte del romanzo moderno (ampiamente studiata da Boitani); sulle figure che accompagnano l’immagine-archetipo del viaggio (di formazione, di esplorazione, di purificazione interiore, d’avventura); sui ruoli familiari, sui conflitti tra maschile e femminile (L. Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, Torino, Bollati Boringhieri, 2000); sullo scontro-incontro delle civiltà antiche. La lettura dei poemi omerici, e in particolare dell’Odissea, apre squarci di comprensione dell’uomo sul mondo che lo circonda, sulle possibili traiettorie della vita avventurosa, sulle scelte individuali compiute in nome della propria memoria: è questo il destino del nóstos, il viaggio di ritorno e di riappropriazione che il protagonista dell’Odissea compie a ritroso nello spazio culturale del Mediterraneo come missione finale di una peregrinazione emblematica dalla guerra alla salvezza.

Il confronto con il romanzo è del resto una conseguenza naturale di qualunque ermeneutica dell’opera omerica e, in misura minore, virgiliana: un parallelismo che lo stesso Bachtin pose sul piano della continuità e dell’incompiutezza del romanzo rispetto all’epopea classica, “genere non solo da tempo compiuto, ma già anche profondamente invecchiato”. Si trattava chiaramente di una lettura formale, nei gangli strutturali del testo narrativo, e nulla di nuovo si poteva dire rispetto alla senescenza di un modello soppiantato dalle logiche della modernità borghese, dal rovesciamento carnevalesco – per usare un termine bachtiniano – che i prodotti della letteratura di massa avevano attuato nei confronti delle forme alte della civiltà classica. E anche questa è una cifra distintiva e formativa dell’epos omerico: se nella Grecia arcaica prima e nell’età ellenistica poi la destinazione dei poemi era quella di una formazione dell’uomo sul modello dell’areté – e poi della virtus – ebbene quelle strutture compositive dovevano per forza rispondere a una società, al suo sviluppo interno, al suo progresso tecnico e culturale.

L’epica nasce classica e rappresenta le due civiltà antiche, quella greca e quella romana, nei propri valori oltre che nelle gesta degli eroi. Il suo significato pedagogico risiede nel fatto che dell’antichità essa illustra non solo le gesta militari e gli eroi ma soprattutto i modelli fondativi che stanno alla base delle rispettive società. Sebbene estrapolati dal contesto dell’opera, i brani che solitamente vengono sottoposti all’analisi testuale, alla lettura e al riassunto-commento in classe reificano gli exempla del passato, e lo fanno seguendo una misura che potremmo dire laica, a dispetto della presenza degli dei e del loro intervento sul destino degli uomini.

L’epica ha individuato diverse tipologie di personaggi, l’eroe guerriero Achille e l’eroe-stratega Odisseo, e poi li ha resi immortali e trasversali perché essi sono diventati archetipi di un discorso letterario di lunga durata. L’epica ha infatti attraversato il mondo antico ed è stata riprodotta in una miriade di varianti romanzesche nel medioevo e nel Rinascimento ancora secondo il paradigma della variazione sul tema. Il filo rosso che l’epica ha tessuto dall’età classica fino al medioevo e poi all’età moderna, per confluire nel romanzo cavalleresco e di qui nel romanzo, costituisce un bacino di risorse didattiche che può essere arricchito all’infinito. Si pensi alle prime pagine del Don Chisciotte, al suo ruolo incipitario della narrativa moderna, e al posto che occupano nelle letture tormentate del protagonista proprio i poemi cavallereschi. Tra epica e romanzo vi sono dunque tutte quelle contiguità e sovrapposizioni che ritroviamo anche in altri generi letterari, tra il racconto e la novella ad esempio, tra chanson de geste e romanzo cortese. Si tratta insomma di rileggere l’epica riscoprendola come serbatoio di emblemi e raccontandola anche sotto la specie di un timbro contemporaneo: in un linguaggio moderno e attuale, seguendo gli esempi proposti in tempi a noi piú vicini da scrittori e traduttori che hanno riportato l’attenzione su singoli episodi di quella epopea dimostrando la volontà di offrire una rilettura del loro valore alla luce del tempo presente.

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