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Sant'Agostino

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La riflessione di Agostino d’Ippona (354 - 430) - nato a Tagaste (Numidia) nella provincia romana dell’Africa settentrionale - si inserisce all’interno della intensa ed erudita esperienza della retorica del IV secolo.
Agostino, che nel 386 a Milano abbraccia la religione cristiana, rappresenta un punto chiave nella storia della cultura medievale. La sua attività si colloca proprio sul limitare della civiltà classica, ed egli emerge come uno degli ultimi custodi di un sapere che sta lentamente declinando, patriarca e tutore della letteratura latina e insieme rinnovatore spirituale della cristianità occidentale. Dopo Sant’Agostino l’Europa conosce il sangue delle invasioni e delle persecuzioni: l’istruzione e la dottrina cercano protezione nei monasteri, vere e proprie roccaforti di sapienza e religione. In un certo senso Sant’Agostino si impadronisce di quella cultura del libro che si identifica con il Cristianesimo, una cultura fondata sulla esegesi del Nuovo Testamento: il libro di Dio, il testo sacro della Bibbia, racchiude e contrasta la cultura pagana del libro della Natura e dell’esperienza, e insieme rappresenta un veicolo universale di organizzazione e diffusione dell’istruzione elementare. La filosofia di Agostino esprime lo sforzo di una fede cristiana che cerca di coniugare gli elementi principali del neoplatonismo (Platone, ma anche Plotino e Porfirio) con le Sacre Scritture, proponendosi di raggiungere l’intelligenza di ciò che esse insegnano. La fede non sostituisce e non elimina l’intelligenza; l’intelligenza non elimina la fede, ma la rafforza, la chiarifica. Di conseguenza fede e ragione sono complementari: per questo bisogna accettare per fede le verità che Dio rivela se si vuole in seguito acquisirne qualche intelligenza. La formula agostiniana che riassume questa attività della ragione non è dunque il «credo quia absurdum», ma il «credo ut intelligam, intelligo ut credam». Dopo aver ricevuto una solida formazione classica, Agostino insegnò le discipline retoriche prima a Cartagine, quindi a Roma e a Milano, città dove conobbe il vescovo Ambrogio che ne determinò la conversione al cattolicesimo (384-387). Divenuto sacerdote (391) e subito dopo vescovo di Ippona (395), Agostino affrontò in prima persona i problemi che la diffusione del cristianesimo stava allora incontrando nell’Africa romana: il contrasto con le eresie dei Donatisti e dei Pelagiani trovò spazio in numerosi scritti pastorali e teologici, che andarono ad accompagnare una vasta trattazione filosofica sui concetti della trinità, del male, della funzione della Chiesa nella storia. Compose a questo riguardo i 15 libri del De Trinitate (399-419), vero e proprio punto di approdo della tradizione patristica, in cui viene spiegato il mistero delle tre persone divine, riunite in un’unica natura distinta al suo interno grazie alle diverse relazioni che si esprimono nella vita intima di Dio: pensiero, conoscenza e amore. Nel De civitate Dei, opera composta tra il 413 e il 426, Agostino sviluppa una teologia della storia che vede contrapporsi simbolicamente due città: una civitas terrena e una civitas Dei. Mentre nei primi dieci libri viene affrontata una polemica contro il panteismo, nei rimanenti dodici l’opera di Agostino si trasforma una celebrazione del destino della Chiesa e nel trionfo della «città di Dio», intesa come comunità della giustizia e della pace. L’opera piú famosa, ma anche quella che ha avuto una maggiore influenza nella cultura laica dell’Occidente medievale, è rappresentata dalle Confessiones (400 ca.), un’imponente autobiografia intellettuale e spirituale in cui Agostino ripercorre tutti i grandi temi della propria filosofia: la scoperta dell’interiorità, il valore-funzione della memoria e del tempo, la dimensione morale del bene e del male.