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Il libro manoscritto

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Soprattutto nell’antichità, prima cioè del XII secolo, il libro era prevalentemente uno strumento per la conservazione e l’assimilazione del sapere: soltanto con l’emergere di una cultura laica, in alternativa a quella ecclesiastica dei monasteri, esso ha acquisito anche la funzione della diffusione della conoscenza presso un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Prima dell’avvento della stampa a caratteri mobili, inventata in Germania da Johann Gutenberg verso la metà del ‘400, i testi erano unicamente manoscritti, redatti da amanuensi specializzati nell’uso della scrittura, e spesso arricchiti con finissime e preziose miniature che illustravano l’opera, destinata in questo caso a una fruizione ristretta e a una circolazione assai limitata. L’attuale struttura del libro a stampa è in sostanza il risultato di una lunga trasformazione tecnica e concettuale di questo prodotto: nell’antichità esso aveva infatti l’aspetto del volumen, consisteva cioè in un rotolo di papiro o di pergamena che durante la lettura veniva appunto srotolato mediante una evolutio della pagina. Alla fine dell’età classica il papiro venne definitivamente soppiantato dalla pergamena, assai più resistente e pratica, e il volumen assunse la forma del codex. Nel IV sec. d.C. nella Biblioteca di Cesarea in Palestina tutti i testi precedentemente realizzati su rotoli di papiro vennero trascritti su codici di pergamena, quasi che i funzionari di quella biblioteca avessero sentito l’urgenza e la preoccupazione di salvaguardare un patrimonio che altrimenti sarebbe andato incontro a un’inevitabile usura. La sostituzione del volumen con il codex apportò notevoli miglioramenti anche per quanto riguardava la consultazione del testo. Nel codex la scrittura è distribuita nelle singole carte (o pagine) in porzioni limitate, spesso su due colonne con lo stesso numero di righe. La numerazione delle carte a seconda del recto (facciata anteriore della pagina) e del verso (facciata posteriore) e la realizzazione di indici appositi facilitarono un utilizzo più veloce e pratico. Lo sviluppo del cristianesimo occidentale ha avuto un’importanza capitale per quanto riguarda la riproduzione dei testi. In un periodo come l’Alto Medioevo, caratterizzato dalle invasioni barbariche e dalla dispersione della cultura classica, il monastero [ Il monastero ] ha svolto, oltre alla sua originaria funzione di luogo di preghiera e di vita religiosa, un ruolo decisivo per quanto riguarda l’organizzazione, la produzione, la conservazione e lo studio del patrimonio librario. Al suo interno lo scriptorium agiva come un laboratorio nel quale si riproducevano fedelmente testi religiosi, scientifici, filosofici, letterari, mentre nelle ricche biblioteche questi testi venivano gelosamente conservati. Dagli scriporia ecclesiastici uscivano principalmente testi sacri. È questa la ragione per cui noi oggi disponiamo prevalentemente di codici relativi alla spiritualità cristiana: la Bibbia in primo luogo, quindi i testi liturgici, ma anche le opere dei Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno, ecc.). Nel caso del monastero, il luogo di produzione del libro coincideva con quello della sua fruizione: i testi circolavano con molta difficoltà e venivano consultati unicamente da coloro che facevano parte degli ordini ecclesiastici nella biblioteca in cui essi erano custoditi. Nelle scuole monastiche studiava non soltanto il clericus, l’uomo di chiesa, ma anche chi apparteneva al popolo secolare e si radunava attorno alla chiesa in cerca di protezione: tuttavia questo fenomeno è piuttosto limitato, circoscritto nel tempo e nello spazio, e pertanto relativo a un pubblico molto esiguo. Mentre la riproduzione di libri religiosi avvenne secondo una frequenza piuttosto regolare, i testi della classicità latina subirono una sorte diversa: la rinascita della filologia latina e dell’attività scrittoria relativa alle grandi opere letterarie, storiche e filosofiche avvenne tra l’VIII e il IX secolo, grazie all’impulso di Carlo Magno, e proseguì fino verso il X e l’XI secolo. Un notevole impulso alla produzione del libro venne offerto dalle università [ Le università ]: nasceva in questo senso un concetto «laico» del libro, inteso cioè come strumento di studio e di apprendimento delle discipline impartite nei grandi centri universitari europei (Bologna, Parigi, Oxford). Il libro diventava in questo modo oggetto di mercato e la realizzazione di questi testi si diffuse nei settori dell’economia artigianale: talvolta erano gli studenti che ricopiavano per loro uso e consumo i testi delle lezioni accademiche, ma più spesso la riproduzione manoscritta era affidata a officine scrittorie e botteghe specializzate. Tra la fine del XII e i primi del XIII secolo il processo di produzione dei testi manoscritti subiva una sostanziale modifica: aumentò la quantità dei libri disponibili, cambiarono i luoghi stessi della produzione e lo statuto sociale degli operatori, si trasformò soprattutto il pubblico dei fruitori. In sostanza il librò si urbanizzò e si laicizzò in maniera definitiva. Non soltanto, ma nel XIII secolo il libro cominciò a essere trascritto anche in lingue diverse dal latino, in volgare italiano ad esempio, come dimostra la ricca diffusione dei testi poetici duecenteschi [ I codici della poesia del Duecento ]. Nel Medioevo latino, cioè dalla fine dell’Impero Romano (V sec. d.C.) fino all’affermazione delle lingue neolatine (il volgare italiano, la lingua d’oc, la lingua d’oïl, ecc.), il libro ha assunto spesso la fisionomia della trattazione enciclopedica, come le Disciplinae di Marco Terenzio Varrone II-I sec. a.C.), il De nuptiis Mercurii et Philologiae di Marciano Capella (V sec. d.C.) [ Marciano Capella ] o il Didascalicon del filosofo Ugo di San Vittore (XII sec.). A queste summae (ma vennero anche chiamate con il termine di speculae o di tresors) si affiancarono poi sillogi e antologie di varia natura: il codice medievale stenta cioè ad affermarsi come singola opera di un un solo autore, ma più spesso il libro contiene zibaldoni e selezioni di opere ben più ampie. Per quanto riguarda la forma-libro del XIII secolo, autonoma sia per quello che concerne la trascrizione che per la sua fruizione, gli esempi più significativi vengono dalla tradizione lirica in volgare italiano.