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Aristotelismo e Scolastica

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La diffusione, la lettura, il commento e l’assimilazione del pensiero di Aristotele avvennero, durante l’età medievale, nell’ambito delle strutture monastiche e dell’università. Questi due mondi, cosí diversi e contrapposti tra loro, consentirono tuttavia un importante approfondimento delle opere aristoteliche, la loro divulgazione e interpretazione attraverso commentarii, expositiones, quaestiones, summae, testi cioè che venivano prodotti in un ambito scolastico e perciò destinati a un consumo limitato ai dotti, agli studenti e agli stessi docenti. L’insegnamento universitario si basava infatti sulla lectio (lettura) e sulla quaestio (questione), ossia sulla discussione che seguiva la lettura e il commento di un passo: si originava in questo modo una disputatio (dibattito) intorno agli argomenti che il docente proponeva agli allievi. Il termine di Scolastica definiva pertanto un metodo didattico e una tecnica espositiva che si affermarono e si consolidarono nelle scuole e nelle università, tuttavia con il rischio di un progressivo irrigidimento e schematismo dell’insegnamento stesso. Il periodo di maggiore sviluppo dell’aristotelismo medievale coincide, tra il XII e il XIV secolo, con la fioritura delle grandi università europee (Bologna, Parigi, Oxford, Tolosa) e con i dibattiti che ne animarono il clima intellettuale: in questo modo Aristotele, che molti secoli prima aveva avuto in Grecia un numero assai esiguo di allievi e discepoli, divenne l’autore per eccellenza, «lo Filosofo», come Dante scrive all’inizio del Convivio. La rinascita di Aristotele si spiega anche con il considerevole numero di testi che cominciarono ad arrivare in Occidente attraverso traduzioni da codici arabi postillati e annotati, ricchi di influenze neoplatoniche, e da testi greci direttamente provenienti da Bisanzio, piú fedeli all’originale. Le prime opere a penetrare in Europa verso la metà del XII secolo furono gli Analitici primi e secondi, i Topici e gli Elenchi sofistici. Da Gerardo da Cremona vennero poi tradotti dall’arabo la Fisica, il De coelo e il De generatione et corruptione, mentre agli inzi del XIII secolo Michelo Scoto, Roberto Grossatesta e Bartolomeo da Messina cominciarono a diffondere la Metafisica, l’Etica vetus (cioè i primi libri della Nicomachea), la Politica. Alla diffusione dei testi di Aristotele si accompagnò tuttavia il divieto, imposto dalla Chiesa, di leggere, commentare e insegnare soltanto i libri meno compromettenti e pericolosi, l’Organon ad esempio: nel 1215 il legato pontificio Roberto di Courçon proibiva, nell’università di Parigi, i libri di Aristotele sulla fisica e sulla metafisica, ritenendoli in contrasto con la tradizione filosofica che fino ad allora aveva caratterizzato il pensiero cristiano, vale a dire il platonismo di Sant’Agostino.