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La pedagogia medievale

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La riflessione pedagogica medievale è condizionata in maniera significativa dall’importante contributo di Sant’Agostino d’Ippona, che nel De Magistro affronta il problema educativo dal punto di vista del rapporto maestro-allievo. Sant’Agostino sviluppa argomenti pedagogici e filosofici sul problema dell’insegnamento della verità: vero maestro è colui che ha la consapevolezza di trasmettere la verità, non di inventarla ex novo o di possederla in esclusiva. Piuttosto il maestro deve stimolare la passione per la ricerca, avvicinare il giovane ai metodi per raggiungerla con i propri mezzi. Tuttavia un discorso pedagogico di questo tipo è destinato a restare confinato entro una problematica teologica e di catechesi, organizzata più che altro sui contenuti da insegnare piuttosto che sui modi della loro diffusione. Se la verità della sapienza risiede all’interno dell’uomo stesso, come spiega Sant’Agostino, è anche vero però che un progetto di questa natura ha bisogno di un confronto diretto con i testi sacri, con le opere del pensiero filosofico. Lo sviluppo dei monasteri nella cristianità occidentale è un fenomeno che inizia attorno alla prima metà del VI secolo grazie soprattutto all’opera di Benedetto da Norcia (480-547) [ monasteri ]. Per essere monaci non occorre soltanto la fede, ma è necessario alimentare questa virtù con la lettura e lo studio. I monasteri non hanno la funzione esclusiva di proteggere il Cristianesimo in un periodo di invasioni barbariche e di saccheggi, ma soprattutto riorganizzano il sapere e lo conservano nelle loro ricche biblioteche. Nelle scuole monastiche studia non soltanto il clericus, l’uomo di chiesa, ma anche chi appartiene al popolo secolare e si raduna attorno alla chiesa in cerca di protezione. Le scuole municipali erano state distrutte dal passaggio delle invasioni e dalla sostituzione del vecchio con il nuovo potere. Le scuole monastiche prendono il loro posto e impartiscono i primi rudimenti della lettura, della scrittura e del calcolo, ma soprattutto esse mirano al catechismo e all’indottrinamento religioso. Senza dubbio il monastero ha rappresentato per molta parte della cultura classica un luogo di sicuro riparo e di riproduzione dei codici antichi: con la diffusione dell’ordine benedettino, istituito secondo la regola della preghiera e del lavoro, i centri monastici acquisirono anche una centralità economica e politica di enorme rilevanza perché dedicarono una parte della loro attività all’agricoltura e ai commerci. Il monachesimo di San Benedetto si diffuse in Inghilterra, in Irlanda, in Svizzera (abbazia di San Gallo), in Germania (abbazia di Fulda), in Francia. Grande sostenitore del movimento benedettino fu Gregorio Magno, tra l’altro assertore del valore liturgico e propagandistico della musica e del canto. Nella Regula di San Benedetto si affronta il problema dell’educazione degli adulti che volontariamente si fanno monaci (novizi) e dei bambini che fin da piccoli sono destinati al monastero (oblati). La Regula prevede inoltre punizioni corporali sui bambini e una ferrea disciplina morale. Si dovrà aspettare la restaurazione dell’impero cristiano di Carlo Magno (742-814) per vedere di nuovo all’opera le scuole laiche e municipali: i monasteri nel frattempo aumentano di numero e per quantità e qualità del lavoro culturale che vanno svolgendo. Tuttavia quella operata da Carlo Magno è una vera e propria renovatio generale, anche da un punto di vista educativo: il centro motore della rinascita carolingia è la Francia, unitamente a una concezione laica e monarchica della gestione del potere. Il monaco anglosassone Alcuino di York (735-804) e poi il suo allievo Rabano Mauro (776 ca.-836) sono incaricati di riorganizzare la Scuola Palatina (cioè all’interno della corte), centro di emanazione di una istruzione laica, basata sulle arti liberali. Alcuino, già allievo di Beda il Venerabile, costruisce una scuola in grado di educare i principi e la nobiltà, i quadri dello Stato, la classe dirigente. Attraverso i capitolari (decreti legislativi), Carlo Magno restaura le scuole monastiche ed episcopali; incrementa la diffusione della scuola primaria anche nella periferia del Sacro Romano Impero attraverso le parrocchie. Quando nel X secolo entrano contemporaneamente in crisi l’Impero carolingio e il sistema socio-economico feudale, la nuova educazione borghese (cioè tipica dei borghi e della città) è alle porte. Fino ad allora si era conservata, e anzi consolidata, anche la struttura scolastica clericale, con le scuole parrocchiali (chiamate anche presbiteriali) adibite ai primi rudimenti dell’istruzione elementare e rette dal parroco; le scuole monastiche (claustrali o abbaziali) presso i monasteri, e in cui insegnano monaci e abati; le scuole episcopali (dette anche cattedrali) situate presso le sedi vescovili, in taluni casi trasformate in sedi universitarie dopo il X secolo. Il tramonto del feudalesimo, se pure non definitivo, segna lo sviluppo dell’economia borghese, la nascita delle Corporazioni, il bisogno di un curriculum scolastico integrale, completo, specializzato. L'enciclopedismo [ Enciclopedismo medievale ] e l’educazione impartita dalle istituzioni ecclesiastiche non era dunque più sufficiente a garantire quella complessità degli studi e una preparazione tecnico-giuridica che fino ad allora si era basata esclusivamente sulle sette arti liberali [ Arti liberali ]. Verso la fine del XII secolo fanno infatti la loro prima comparsa in Europa le università (a Bologna uno Studium generale è già attivo all’inizio del XII secolo).