Luoghi e soggetti della letteratura

In un contesto caratterizzato dalla divisione geografica e politica e da forti differenze interne, sia sul piano socio-economico che su quello amministrativo e burocratico, la storia letteraria italiana è caratterizzata dalla presenza e dall’articolazione diffusa di luoghi, istituzioni e contesti che hanno svolto il ruolo di aggregare e rendere possibile il rapporto tra gli artisti e la committenza, tra gli scrittori e il pubblico, tra gli intellettuali e il potere. Il monastero, le università, le corti medievali e del Rinascimento, i cenacoli umanistici, le tipografie, le accademie, i collegi, le biblioteche, le sedi dei giornali, i salotti letterari: tutte queste strutture hanno contribuito, ognuna in maniera diversa, alla costruzione e allo sviluppo del sapere, alla circolazione delle idee, alla formazione dei gruppi intellettuali.

Lo sviluppo dei monasteri nella cristianità occidentale è un fenomeno che inizia attorno alla prima metà del VI secolo con Benedetto da Norcia. Sulla spinta di una concezione ascetica della vita spirituale, il monastero diventa luogo di preghiera e di vita comunitaria; accanto al profondo itinerario religioso, si alterna una rigida disciplina morale, fatta di lavoro e di studio. I monasteri hanno la funzione di proteggere il Cristianesimo in un periodo di invasioni barbariche e di saccheggi, ma nello stesso tempo riorganizzano il sapere e lo conservano nelle loro ricche biblioteche. Soprattutto nel corso dell’alto medioevo essi hanno svolto, infatti, un ruolo decisivo per le sorti della cultura occidentale: al loro interno lo scriptorium agisce come laboratorio di riproduzione di testi religiosi, scientifici, filosofici, letterari. Nelle scuole monastiche studia non soltanto il clericus, ma anche chi appartiene al popolo secolare e si raduna attorno alla chiesa in cerca di protezione. In questo modo molti monasteri, come ad esempio quello di Cluny in Francia, diventarono veri e propri centri di potere economico, oltre che religioso: possedevano terre, facevano commerci, godevano di ricche entrate.

Alla fine del XII secolo nasce in Europa l’università (a Bologna uno Studium generale è già attivo all’inizio del XII secolo): al suo interno gli studenti, riuniti in corporazioni, cercano una piú ampia autonomia dall’autorità comunale o ecclesiastica, mantenendo un deciso carattere cosmopolita. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che le università sono state l’istituzione antagonista dei monasteri, un prodotto del mondo borghese imprenditoriale, ma anche il segno di una mutata prospettiva antropologica e culturale. L’università divenne in breve tempo un organismo di grande prestigio: elaborava i nuovi contenuti del sapere, formava gli intellettuali, la classe dirigente, i tecnici. Fino al Duecento il controllo dell’istruzione superiore era stata una prerogativa della Chiesa, un privilegio che ora veniva a cadere non senza aspre polemiche come quelle sul conferimento della licentia docendi (l’abilitazione all’insegnamento), sulla retribuzione dei docenti, sulle materie di studio.

Fino al XII secolo la biblioteca consisteva essenzialmente in uno spazio destinato alla conservazione dei libri, priva cioè di una funzione sociale. In piú essa era una prerogativa quasi esclusiva degli ordini religiosi, che si servivano delle attività connesse alla biblioteca per la formazione del clericus e di coloro che frequentavano la scuola monastica: a conferma che l’attività della lettura non era disgiunta da quella della scrittura, a fianco della biblioteca era poi lo scriptorium, nel quale i libri venivano materialmente realizzati da amanuensi, miniatori e legatori. La biblioteca non consisteva pertanto in un’istituzione aperta al pubblico degli studiosi e dei lettori, ma era una parte integrante del patrimonio del monastero, gelosamente custodita e protetta.

Il sorgere e il diffondersi delle università; la crescita economica e sociale delle città, soprattutto durante il XII e XIII secolo; la formazione di un pubblico quantitativamente e qualitativamente allargato esercitarono una diretta influenza sulla produzione del libro e sulla sua circolazione. I nuovi ordini religiosi (Domenicani, Francescani, Carmelitani) e lo sviluppo dei centri universitari risposero a queste nuove esigenze con il modello della biblioteca aperta al pubblico, in cui i libri erano incatenati ai banchi, consentendo quindi una lettura individuale dei codici. Mutarono, in questa fase, non soltanto il sistema con cui si utilizzava la biblioteca, ma anche lo spazio architettonico della sala di lettura e il repertorio dei testi posseduti: infatti, tra il XIII e il XIV secolo, le biblioteche ecclesiastiche incrementarono considerevolmente il patrimonio dei testi che appartenevano alla cultura filosofica, scientifica, giuridica e letteraria della classicità, in linea con lo sviluppo del pensiero aristotelico e della Scolastica.

Accanto alle grandi raccolte ecclesiastiche, che ospitavano unicamente libri in latino e in greco, si fece largo, sul modello ispirato da Federico II, un nuovo tipo di biblioteca, quella plurilingue, in cui confluivano le esperienze culturali di un sapere laico e moderno, capace di integrare la tradizione greco-latina con quella orientale (araba ed ebraica) e delle lingue romanze. La biblioteca di corte di Federico II dovette in questo senso rispondere alle esigenze di un sapere non specialistico e alle richieste di un ceto intellettuale che potremmo già definire “borghese”, aperto alla lettura ma anche alla scrittura, e ad una scrittura sia in latino che in volgare. L’atteggiamento della Magna Curia federiciana rappresenta una reale anticipazione di quella che sarebbe stata, in pieno Umanesimo, la tendenza delle raccolte librarie presso le prestigiose biblioteche signorili o anche da parte di grandi letterati. Il canone scolastico medievale e lo stretto legame fra biblioteca e formazione dell’apparato dirigente impedirono, in tutto il Duecento, la realizzazione di raccolte che non fossero altamente specializzate e concentrate in particolari settori.

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