Poema epico

Origini e storia

Il termine epica deriva dal greco épos (έπος), che significa “racconto”, “narrazione”. Fino dai poemi più antichi, come l’Iliade e l’Odissea, il genere epico si contraddistingue per la narrazione delle gesta, delle imprese militari, delle avventure di un eroe o di una comunità intera, configurandosi quindi come un’opera letteraria in cui si riconoscono i valori di un’intera società.

I personaggi dei poemi epici sono quasi sempre eroi leggendari ed eccezionali per il loro valore, l’astuzia, la grandezza morale dei comportamenti: sono cioè individui esemplari che incarnano le doti e i principi della civiltà a cui si riferiscono. Così, ad esempio, Achille rappresenta la forza militare, Odisseo l’astuzia, Ettore l’amore verso la sua patria, Enea (nell’Eneide del poeta latino Virgilio) è invece la personificazione della pietas, cioè la devozione verso i valori della famiglia.

Non è possibile indicare con precisione una data di nascita del poema epico: le più antiche attestazioni sono ovviamente rappresentate dai capolavori attribuiti ad Omero, l’Iliade e l’Odissea, che a lungo circolarono nel mondo greco in forma orale prima di essere fissati in una forma scritta.

I poemi epici sulle gesta della guerra di Troia (Iliade) e sul ritorno di Odisseo a Itaca (Odissea) erano tramandati a voce, da poeti e cantori (chiamati aedi o rapsodi) che si accompagnavano spesso con strumenti musicali (ad esempio la lira, da cui il termine di poesia “lirica”), e solo in un secondo momento vennero trascritti.

Diffusi dapprima nella penisola greca, i poemi di Omero circolarono presso le principali città del Mediterraneo, dalla Magna Grecia all’Asia minore, da Alessandria d’Egitto fino a Roma.

Gli aedi

L’aedo, nella civiltà dell’antica Grecia, era un poeta e cantore dei poemi epici e di altre opere letterarie. Egli utilizzava una straordinaria memoria che perfezionava attraverso tecniche particolari, come ad esempio quella di ripetere parti del testo sempre uguali, o di usare patronimici e topoi (i cosiddetti “luoghi narrativi”).

L’epoca in cui gli aedi – detti anche rapsodi – svolsero la loro funzione di veri e propri divulgatori di cultura è ancora l’età arcaica, anteriore quindi al V secolo a.C., quando la scrittura non si era ancora del tutto affermata come strumento di circolazione della poesia e del sapere in genere.

Gli aedi erano rappresentati come figure sacre, per così dire “profetiche”, invasate dalle divinità della poesia, le Muse, e raffigurati come ciechi, incapaci cioè di vedere fisicamente ma di penetrare la realtà attraverso una visione interiore dettata dall’immaginazione.

Gli aedi erano dunque dei poeti che si spostavano da una pòlis all’altra del mondo greco. Portavano con sé i propri repertori letterari che recitavano nelle corti e nelle piazze (agorà), forse servendosi anche di qualche brano scritto, ma utilizzando la voce (phoné) come strumento di comunicazione e di intrattenimento e le tecniche della memoria e della retorica per conservare, arricchire, variare e integrare le opere che raccontavano ad un pubblico comunque abbastanza ristretto.

La dimensione orale di questo fenomeno è rimasta inalterata per secoli. Lo stesso Omero – nell’Odissea – fa raccontare all’aedo Demòdoco, presso la reggia di Alcinoo re dei Feaci e alla presenza dello stesso Odisse, la caduta della città di Troia: segno evidente dell’importanza di questa figura nel contesto della civiltà letteraria della Grecia antica.

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