Eugenio Montale

Nella densa e lunghissima carriera letteraria di Eugenio Montale la presenza dei dati biografici e la loro penetrazione all’interno del discorso poetico è molto scarna, ridotta al minimo indispensabile e in netta contrapposizione con i modelli della tradizione italiana di fine Ottocento (Pascoli, D’Annunzio).

montaleMontale ridimensionò completamente la fisionomia del lavoro letterario, attribuendo alla poesia un compito di verifica e di testimonianza sopra aspetti parziali della realtà, ma non per questo meno importanti: in quella prospettiva, il mestiere del poeta assumeva un’autonomia e una considerazione di stile europeo, passando attraverso le esperienze piú aggiornate della cultura moderna. Dal 1925, l’anno di Ossi di seppia, pubblicata per i tipi dell’editore Gobetti di Torino, Montale attraversa con una straordinaria lucidità di lingua e di contenuti tutta la storia italiana del Novecento, dalla Grande Guerra all’avvento del Fascismo, dalla Seconda Guerra Mondiale alla ricostruzione, dal boom economico alla crisi dei valori prodotta dalla società di massa nel cuore degli anni Settanta. Tutto questo all’interno di una coerenza conoscitiva e filosofica che acquista per strada toni e caratteristiche diverse, adattando la scrittura al volgere dei tempi e delle situazioni, ma sempre con una principale e mai negata attenzione all’autonomia della poesia in quanto ricerca e manifestazione di una verità particolare.

Anche per questa ragione il lavoro di Montale non è riconducibile a scuole o movimenti letterari precostituiti, che pure ebbero un ruolo importante nella definizione delle poetiche novecentesche: la stessa coincidenza di una parte del suo lavoro, per esempio nelle Occasioni, con una poesia che nasce attorno a una scrittura scorciata, oscuramente concentrata, ha fatto pensare a un Montale compagno di strada dell’Ermetismo, sebbene vi fossero invece motivi di differenziazione notevoli: in primo luogo l’utilizzo dell’analogia (cosí frequente negli ermetici e in Ungaretti) e che in Montale è sempre sostituita da un rapporto preferenziale e diretto con la realtà oggettiva, e in secondo luogo una concezione del mondo investita da un radicale scetticismo religioso, molto distante dal cattolicesimo di gran parte degli ermetici.

La grandezza letteraria di Montale si misurò, fino dal primo apparire di Ossi di seppia, come una ricerca del tutto estranea alla rivoluzione formale delle avanguardie novecentesche, ma per questo non meno densa di spunti e suggestioni moderne. Il contatto con la poesia simbolista francese e la lirica anglo-americana da Whitman a Robert Browning, fino ai contemporanei Thomas S. Eliot a Ezra Pound; la lettura e l’assimilazione del linguaggio lirico di Pascoli, D’Annunzio e Gozzano; la sostanziale estraneità all’analogismo di Ungaretti e al realismo di Saba, hanno creato attorno alla figura di Montale la considerazione di una formazione, la sua, assolutamente irregolare e autodidatta, trascorsa tra Genova e la villa di Monterosso, una delle Cinque Terre. Un’adolescenza condotta nel segno del distacco: questa sembra essere la cifra piú singolare della sua educazione. Accanto alle letture filosofiche (Montale ricordava spesso di essersi dedicato ai libri di Boutroux e di Bergson grazie ai suggerimenti della sorella) egli rivelò una graduale attenzione verso la poesia, che tuttavia non sconfinò mai in atteggiamenti retorici, in pose esterne o gratuite, ma fu sempre contenuta entro scelte di razionale decenza borghese, di compostezza e di rigore conoscitivo.

Anche per questo motivo Montale rimase lontano da movimenti e scuole contemporanee: collocandosi per ragioni cronologiche già al di là delle avanguardie storiche del primo Novecento, guardò con lucido disincanto e spesso con ironia alle molte scuole letterarie che andavano fiorendo in quegli anni; non partecipò, se non in modo marginale, alle dispute del secondo dopoguerra tra i diversi «clericalismi» rossi e neri; ricoprí un importante incarico culturale come direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze (1927-38) collaborando alle principali riviste fiorentine di quegli anni («Solaria», «Letteratura»), ma ebbe scarsi contatti con l’industria editoriale, entrando a far parte del «Corriere della sera» e del «Corriere d’informazione» in qualità di giornalista e critico letterario soltanto nel 1948.

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